Antonello Sorci: vi racconto com’è fare basket a Brescia

Ha lasciato la Sardegna due anni fa per mettersi alla prova a Brescia, dove guida l'Under 18 della Germani. Antonello Sorci ci racconta come è strutturato il vivaio di una delle società che hanno fatto meglio, a livello di Serie A, nelle ultime stagioni. Con qualche idea utile da riportare nell'Isola...
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Ha soltanto 33 anni, ma nel suo bagaglio le esperienze sono già tante e variegate. La vocazione della panchina arrivata in precocissima età, poi il settore giovanile tra Dinamo 2000, Basket 90 e Sant’Orsola. La vittoria della C Silver alla guida della Ferrini l’ha consacrato a livello regionale, ma la vera ciliegina sulla torta è stata la medaglia di bronzo conquistata da assistente di Gregor Fucka agli Europei Under 16 del 2019. L’irrefrenabile spinta al miglioramento ha portato quindi Antonello Sorci ad attraversare il mare con destinazione Brescia, piazza in cui da qualche anno si respira aria di grande basket. “Non posso certo definirmi vecchio – dice – ma in Sardegna avevo già provato un po’ tutte le esperienze possibili. L’idea di andar via c’era già da tempo, poi, nel 2019, si sono create le condizioni giuste affinché potessi trasferirmi in Lombardia. La Sardegna mi manca, e potendo ci tornerei pure domani. Ma qui ho trovato un ambiente positivo nel quale si può davvero lavorare bene”.

Appendere le scarpette al chiodo a 21 anni per prendere in mano la lavagnetta non è stata una scelta sofferta: “La spinta è arrivata soprattutto dai ragazzi che ho avuto la fortuna di incontrare – ricorda – Samoggia, Veccia e pure Marco Spissu tra gli altri. Allenare dei giocatori di talento e dar loro degli strumenti per migliorare è stato uno stimolo fondamentale per il mio percorso”. Il feeling con la panchina è stato immediato e tale da richiamare le attenzioni del Comitato regionale FIP, che gli ha affidato presto il ruolo di Responsabile Tecnico Territoriale: “Devo ringraziare l’allora presidente Bruno Perra – afferma – non è da tutti affidare una responsabilità del genere a un giovane allenatore di 25 anni. Durante l’esperienza da RTT ho potuto conoscere alcune figure chiave per la mia formazione, a cominciare da Andrea Capobianco”. Ma l’elenco dei ‘modelli’ non si esaurisce certamente qui: “Guglielmo Roggiani è stato il mio primo maestro alla Dinamo 2000. Mi ha trasmesso davvero tantissimo. Inoltre qui a Brescia ho avuto l’opportunità di lavorare con Vincenzo Di Meglio, tecnico di rara preparazione”.

Il mondo degli insegnanti della pallacanestro si divide in due filoni, entrambi affascinanti: l’allenatore, tenuto a fare i conti con il risultato sportivo, e l’istruttore, che invece mira principalmente ai progressi individuali dei suoi allievi: “Mi piacciono entrambi – spiega – ma se proprio devo sceglierne uno, dico l’istruttore. Quando sono stato alla Ferrini ho avuto delle difficoltà iniziali proprio perchè allenavo con un taglio da istruttore, poi fortunatamente le cose sono migliorate e ho sviluppato un ottimo feeling anche con i senior. Al di là di questo, seguire un gruppo giovanile e aiutarlo a crescere mi gratifica tantissimo. Sono cosciente che non tutti i miei allievi diventeranno dei giocatori, ma a prescindere cerco di fornire degli strumenti che torneranno utili nella vita quotidiana, nel lavoro e in tante altre situazioni che saranno chiamati ad affrontare”.

Ora l’entusiasmo di Antonello Sorci è al servizio della Germani, società nata nel 2009 e capace, in appena 6 anni, di ottenere il massimo palcoscenico nazionale. Parallelamente alla crescita della prima squadra, per due volte terza in Serie A, la proprietà ha voluto professionalizzare il proprio settore giovanile. Missione complicata in una regione caratterizzata da una concorrenza elevatissima, ma pian piano i risultati stanno arrivando. “La società ha compiuto degli investimenti importanti in questo senso, portando figure dirigenziali e dei tecnici da destinare esclusivamente alle giovanili – racconta Sorci – il trend è in crescita nonostante la pandemia abbia creato disagi su più fronti”.

La voce principale nel settore giovanile bresciano è senza dubbio il reclutamento, che si sviluppa essenzialmente su due fronti: “Il primo è il bacino locale: possiamo contare su un dirigente che tesse i rapporti con le società del territorio e – attraverso il neonato progetto Academy – offre dei centri di formazione in cambio della possibilità di portare a Brescia i ragazzi che riteniamo più interessanti. La seconda via è il reclutamento esterno, per il quale facciamo perno su un altro dirigente dedicato esclusivamente a questa mansione: manteniamo uno storico sui vari concentramenti regionali e teniamo sott’occhio l’evoluzione dei ragazzi che pensiamo possano fare al caso nostro. Quindi li invitiamo da noi per degli allenamenti di prova e poi valutiamo il loro inserimento nel nostro vivaio. Tramite questo sistema nell’ultima stagione, tanto per fare un esempio, abbiamo portato a Brescia quattro ragazzi provenienti, rispettivamente, dalla Calabria, dalla Liguria e dalla Puglia e dal Mali”.

Un’organizzazione di questo genere non può prescindere dalle strutture: “Su tutte la foresteria è indispensabile – ammette – stiamo in un palazzo a nove piani di recente costruzione. Il sesto, settimo e ottavo sono stati messi a nostra disposizione dal club. In ogni piano ci sono tre appartamenti, ciascuno con due posti letto. Poi ci sono la sala pranzo e quella dedicata allo studio”. Non meno curati sono gli impianti d’allenamento: “Abbiamo una palestra apposita per le attività del settore giovanile – aggiunge – è piccola ma molto accogliente, dotata di riscaldamento e di tutte le attrezzature necessarie per fare pesi. Con l’Under 18, inoltre, è capitato di svolgere delle sedute al PalaLeonessa, struttura davvero di ottimo livello”.

Coordinamento e collaborazione sono le parole chiave per portare il vivaio della Germani a emergere tra le big lombarde: “Il nostro responsabile tecnico è Luca Ansaloni – racconta – a lui fanno capo tutti gli istruttori dei vari gruppi. Si tratta di professionisti che vivono esclusivamente di basket a eccezione di Roberto Ferrandi (noto in Sardegna per i trascorsi alla Silver Porto Torres, condotta alla promozione in B1, ndr) che la mattina insegna a scuola, ma che garantisce comunque uno standard elevatissimo grazie alla sua esperienza e alle sue conoscenze. A ciascun istruttore è assegnato esclusivamente un gruppo. Questo è importante, perchè in tante altre realtà capita che un tecnico debba farsi carico anche di 3 o 4 gruppi, e questo comporta necessariamente una perdita di qualità. Ogni ragazzo è diverso, e ognuno ha necessità di attenzioni specfiche. Per questo motivo ci sdoppiamo e diventiamo anche dei Player Development Coach. Una figura ancora poco sviluppata in Italia, ma assolutamente necessaria per incrementare gli standard qualitativi. Il confronto tra tecnici è fondamentale: ogni due settimane ci riuniamo tutti per fare il punto della situazione. La prima squadra? Sta in una ‘bolla’ un pochino a parte, anche per le cautele dovute al Covid. Appena è arrivato, però, coach Buscaglia ha tenuto dei colloqui anche con gli allenatori del settore giovanile”.

Il vuoto formativo creato dal blocco delle attività sportive è innegabile: “Di certo il tempo perso non tornerà più indietro, ma non è il caso di piangersi addosso – sottolinea – è necessario che i ragazzi lavorino ancor più duramente in palestra per recuperare. Tra l’altro questa situazione potrebbe dare adito a una riflessione su un altro tema importante: per abitudine e per cultura in Italia si lavora da settembre a giugno, dopo di che si abbassa la saracinesca e si va in vacanza. In reatà i mesi estivi sono fondamentali, anche perchè non ci sono impegni agonistici imminenti. Chi ha delle carenze può sfruttare questo tempo per colmare le sue lacune. In questo l’esempio di Spissu è perfetto: dal maggio dello scorso anno fino all’inizio della preparazione estiva con la Dinamo, abbiamo svolto ogni mattina un lavoro individuale mirato. E direi che i progressi sono sotto gli occhi di tutti. Con i giovani cestisti farei esattamente lo stesso”.

Nel settore giovanile della Leonessa la richiesta è massima: “A volte è necessario essere duri – ammette – anche a costo di risultare antipatici. E’ necessario far capire ai ragazzi che per diventare dei giocatori veri devono uscire dalla loro zona di comfort. Devo essere sincero: non ho mai dovuto registrare degli abbandoni. Anzi, la grande maggioranza dei miei allievi si è sempre mostrata ricettiva. Il linea generale, se un ragazzo riconosce che il lavoro è finalizzato al suo miglioramento, è sempre disposto a soddisfare la richiesta”. Entrando nello specifico “l’Under 18 segue un programma da 6 allenamenti settimanali più la partita ufficiale- specifica – questa è la fascia d’età in cui iniziamo a specializzare il lavoro per ogni ruolo. I gruppi successivi svolgono qualche allenametno in meno, ma la disponibilità è altissima e spesso si concordano delle sedute indirizzate specificamente allo sviluppo fisico”. Il livello medio dei campionati lombardi è elevato e favorisce la formazione tecnica: “Disputiamo i campionati di Eccellenza con tutti i gruppi. I livelli di fisicità e competitività in generale sono ben lontani da quelli cui siamo abituati in Sardegna. La densità di squadre, inoltre, favorisce la creazione di un livello medio alto: in Lombardia ci sono 5 club di Serie A, poi c’è Bergamo, che lavora ugualmente bene sul settore giovanile. E lo stesso si può dire per la seconda squadra di Varese”.

‘Rubare’ delle idee da Brescia per introdurle in Sardegna non è esercizio facile. I contesti sono troppo diversi, ma qualche concetto può tornare utile: “Partiamo da un presupposto: i ragazzi di talento, per quanto possano non eccellere in termini di struttura fisica, ci sono anche da noi. La differenza principale tra la Sardegna e la Lombardia risiede più che altro nel livello medio. Mi spiego: quando ho allenato delle rappresentative sarde al Trofeo delle Regioni, mi sono capitati spesso dei gruppi in cui 3 o 4 elementi potevano ritenersi effettivamente futuribili. Gli altri, invece, erano piuttosto indietro. La bravura di un allenatore sta soprattutto nel cercare di alzare il livello medio di tutti i giocatori. E’ necessario stimolare gli allievi più talentuosi e metterli nelle condizioni di crescere ulteriormente, ma è altrettanto importante alzare il livello di competitività di chi parte più indietro. In sintesi: quando si alza la qualità della base, tutto il resto viene in automatico”.

Emergere nel ruolo di allenatore professionista è impresa ardua, ma la passione non conosce ragioni: “Non è facile di questi tempi, anche a livello economico – evidenzia – non si hanno certezze a lungo termine ed è sempre bene tenersi aperte anche delle altre strade. In Sardegna ci sono già tanti allenatori bravi, e non mi sento nelle condizioni di poter dare dei consigli. Tuttavia, per la mia esperienza, posso dire che è necessario aver voglia di crescere ogni giorno. I giocatori sono i primi giudici: se arrivi in palestra impreparato se ne accorgono e non ti seguono. La formazione è fondamentale, e per fortuna la tecnologia ci aiuta di questi tempi. Su internet ci sono clinic di alto livello e webinar con relatori di prim’ordine. A questo proposito è fondamentale anche saper scegliere dei modelli di riferimento adeguati, perchè il materiale è tantissimo e l’entusiasmo può portare a compiere degli errori. Un coach, per come la vedo io, non può prescindere dall’essere curioso e dal farsi continuamente delle domande. Talvolta è necessario anche andare un pochino oltre il proprio ruolo, tornando al tema del Player Development Coach. La formazione deve ormai essere completa, anche sotto l’aspetto fisico e atletico. In questo senso ho imparato tantissimo durante i 40 giorni spesi con la Nazionale Under 16. Si è trattato di una sorta di clinic permanente, in cui ho avuto l’opportunità di imparare qualcosa da tutti, giocatori compresi”.