Daniele Soro: di Danilovic, Barkley e altre storie

Inizia a giocare nel Basket Oratorio Elmas, poi fa il grande salto in serie A. Nel suo palmares due scudetti con la Virtus Bologna. In questa divertente lettera al basket, Daniele Soro racconta i retroscena di una carriera strepitosa.
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Il mio rapporto con la Pallacanestro sinceramente non ve lo so descrivere, però qualche storia ve la posso raccontare…

È il 1991: sono circa le 23:00 quando con mio fratello ci gustiamo la replica sulla Rai di Virtus Knorr Bologna – Partizan Belgrado. Gli dico: «Bel palazzetto, e bravo quel n° 5 slavo, Danilovic… Sai che mi piacerebbe giocare proprio con quella squadra in quel palazzetto?». Raramente ho visto ridere così di gusto mio fratello. Premetto che qualche mese prima ero stato scartato dalla selezione regionale per il trofeo delle regioni, quindi le risate a quel tempo erano più che motivate…

Qualche mese dopo mi tocca l’allenamento mattutino al PalaDozza: Ettore Messina e Renato Pasquali mi osservano. Intanto Brunamonti mi chiede palla, e a quel punto ricordo di averla effettivamente io, quando all’improvviso mi si presenta di fronte quello slavo che avevo visto in tv (che allora aveva 21 anni e aveva appena vinto da protagonista la Coppa Campioni col Partizan, lo zar Sasha Danilovic) che con una randellata mi prende avambraccio-mano-collo-coccige-bile poi la palla e va in contropiede. Io stizzito reclamo il fallo! Non l’avessi mai detto…

Mi si avvicina lo staff tecnico come un branco di leoni quando hanno fame e vedeno zampettare la sua preda, si fermano a 8mm dal mio timpano e mi “sussurrano” 4 parole, che ricordo bene ma non vi posso riportare. Furono estremamente crude ma efficaci, e qui sfoderai la mia corazza sarda fatta di autostima (sempre altina) e orgoglio che mi hanno sempre protetto e spinto ad andare avanti, nonostante le difficoltà. A fine allenamento mi ritrovo con due dita steccate, una vecchietta (ginocchiata) sulla coscia e quattro punti sul mento. In men che non si dica imparo svariate cose, per esempio a non saltare sulle finte di tiro e a evitare i blocchi. Questa è stata la storia breve del mio primo allenamento in prima squadra.

Volete sapere cosa mi impressionò di più di quel primo contatto con gli Alieni? Primo: la velocità e la qualità delle scelte che facevano in campo, con la palla che si muoveva ad una velocità pazzesca. Secondo: la fisicità dei contatti, che ho letteralmente testato sulla mia pelle, sulle ossa e sui denti.

Avevo 16 anni e 10 mesi e nonostante tutto non mi ero mai divertito così tanto in vita mia! Anche perché quella fu una squadra che dominò in Italia per i tre anni successivi. Preciso, loro dominavano, io agitavo asciugamani e giustamente entravo sul +30 quando il massaggiatore e il custode del palazzetto non erano disponibili.

Una delle cose più piacevoli ad essere una delle ultime ruote del carro è che comunque fai parte dello stesso, quindi quando il carro si muoveva in giro per il mondo tu ti muovevi con loro..

E allora iniziamo con le storie che si possono raccontare. Pronti?

1993: Mc Donald’s Open, Monaco di Baviera… e di come mi ritrovai in ascensore con Charles Barkley, Kevin Johnson e Oliver Miller!

La mattina andiamo a fare allenamento ma il campo è ancora occupato dai Suns o meglio Charles Barkley sta facendo fare la gara delle schiacciate alle matricole. Finita la gara iniziamo il riscaldamento, mentre Barkley si mette a fare stretching fuori dal campo sotto il canestro e ci guarda. Lì penso, ho un’occasione irripetibile! Quindi prendo la rincorsa, lancio la palla contro il tabellone e faccio l’unica cosa che mi riusciva decentemente in quel momento: schiacciare. Lo guardo e con sguardo di sfida lo indico. Barkley ride, lancia in aria l’asciugamano e con le dita mi mostra un 8, si alza e se ne va. Rientrati in albergo, prendo l’ascensore per andare a pranzo. Sono solo, l’ascensore inizia a scendere, poi le porte si aprono: entrano Oliver Miller (un mammifero di 207cm che quando era in attività pesava tra 160 e i 170kg), Barkley e Kevin Johnson. Barkley mi riconosce e guardando i compagni mi indica: «Oh mio Dio ragazzi c’è Mister Dunk!». Ridono, mentre annuisco determinato. Mi chiedono quanti anni avessi e da dove venissi. Ripensandoci, per l’emozione e soprattutto per non conoscere l’inglese, credo di averli detto che avevo 71 anni e venivo dall’Islanda, per cui ulteriori grosse risate. Al torneo in finale Barkley ci asfaltò (in quella stagione NBA Barkley fu nominato MVP e fece le Finals perdendole contro l’unico giocatore al mondo superiore a lui in quel momento: Micheal Jordan). Il bello è che a fine partita mi regalò una sua scarpa autografata. È stato sicuramente uno dei momenti più particolari del mio percorso cestistico.

Potrei raccontarvi anche della colazione all’Open di Londra con Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler, ne ho così tante da raccontare! Ma queste sono altre storie…

Daniele Soro

 

Foto di copertina: Andrea Chiaramida