Matteo Sarritzu: il minuto più lungo della mia vita

Ha spezzato retine e cuori, e probabilmente è stato il miglior atleta della sua annata, 1986. Matteo Sarritzu senza veli.
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Quando penso allo sport, in particolare alla pallacanestro, penso che in esso si racchiuda, nel bene e nel male, tutto ciò che maggiormente ha contribuito alla mia crescita personale.

Il ricordo più forte è senza dubbio il giorno che è venuto a mancare mio padre, avevo circa 14 anni.

Quel giorno giocavamo contro l’Esperia e ho deciso di giocare lo stesso nonostante per tutti non avrei dovuto. Era una situazione surreale. Non c’erano mai state così tante persone a vedere una nostra partita, non ricordo un singolo secondo del riscaldamento o della partita ma ricordo perfettamente il minuto di silenzio, ricordo i miei amici in campo e sugli spalti, ricordo gli amici di mio padre… 

Penso sia stato il minuto più lungo della mia vita.

Finito il minuto di silenzio è iniziata la partita, ogni canestro che facevo mi giravo sugli spalti nella speranza che arrivasse mio padre, in modo da cancellare tutto quello che era avvenuto prima della partita.

Tre anni dopo, non senza tanti alti e bassi, arrivò una lettera dalla federazione riguardante una convocazione per la nazionale sperimentale dell’annata ‘86. Scontato dire che ero la persona più felice del mondo, finalmente riuscivo ad avere qualche riscontro che arrivava dall’altra parte del Tirreno.

Partì convinto che sarei stato comunque tra i più forti ma venni a conoscenza dell’esistenza di Marco Belinelli, Tommaso Marino, Luca Vitali, Matteo Canavesi, Luca Castelluccia, Mirko Cavallaro e potrei citarne tanti altri.

Arrivati al palazzetto ricordo che eravamo in tenuta sportiva ma non di certo pronti per poter fare attività nell’immediato e Belinelli (già prospetto incredibile di serie A) chiese ad un ragazzo dello staff se i canestri fossero a 305 cm perché gli sembrava leggermente più basso. Si era fatto passare un pallone, si era posizionato sotto il ferro e in un istante era appeso al ferro. Aveva schiacciato a due mani, a freddo, a 16 anni, e nonostante ci fossero giocatori già straordinari, fece capire che un posto era senza dubbio occupato. La cosa molto divertente è che quando hanno misurato il canestro non era a 305 cm ma era lievemente più alto.

Di lì a breve arrivò la chiamata da Montegranaro in serie A2, un sogno che si realizzava. Chiunque faccia sport credo che non abbia non fantasticato una volta sul giocare in serie A, ed io ero là, in mezzo a campioni e talenti più unici che rari. Che esperienza pazzesca! Ero andato a vedere dove giocava ogni singolo giocatore le stagioni prima e vidi che un mio compagno – Randolph Chilldress – aveva giocato in NBA con Grant Hill e contro tutti quei giocatori che io vedevo dalla tv della mia camera; vinse anche un campionato NCAA con Tim Duncan come compagno di squadra. Durante la stagione capitava spessissimo che si sentissero ed è capitato che fossi lì accanto, era un po’ come sentirsi nel paese dei balocchi.

Ogni tanto mi fermavo a pensare che solo quattro mesi prima giocavo a Quartu Sant’Elena in serie D e in doppio tesseramento in C1, era come esser stato catapultato nel sogno di una vita. Spesso l’errore più grande è proprio non ricordarsi da dove si è partiti.

Entrare da giocatore in un palazzetto con migliaia di persone è qualcosa di unico. Proprio in quella stagione, in A2 c’era anche la Kinder Bologna, ricordo ancora l’emozione nell’entrare al Pala Malaguti e vedere in parterre, praticamente a dieci metri dalla panchina, Danilovic, uno dei giocatori più forti di sempre mai visti in Italia.

Ho passato il riscaldamento a guardarmi intorno, ero praticamente un tifoso che faceva riscaldamento. Ricordo che poco prima dell’inizio della partita lo speaker gli dedicò un saluto e dopo aver terminato il discorso, credo che per almeno cinque minuti fecero solo cori e applausi, anche quello fu uno dei momenti più emozionanti e toccanti vissuti da “giocatore”.

Passati quasi vent’anni da quell’esperienza, avendo vissuto grazie alla pallacanestro in svariate città e avendo conosciuto tantissime persone – qualcuna di queste è ancora presentissima nella mia vita – posso ritenermi soddisfatto per averci provato, per averci creduto e anche e soprattutto per aver sbagliato tantissimo.

Ho smesso di giocare da tre anni ma ancora oggi il sabato mi sveglio col pensiero che la sera dovrò giocare e realizzare che non sarà così un po’ mi stranisce.

Se potessi dare un consiglio al Matteo di 18 anni o a un ragazzo che ha intenzione di voler raggiungere qualsiasi obiettivo, direi che deve vivere tutto al 100% e che in un modo o nell’altro, col rischio che attraverserà più bassi che alti, si troverà a quasi 35 anni orgoglioso di ciò che ha vissuto, fortunato e grato per le esperienze fatte.

 

Matteo Sarritzu