Nessuno, quel giorno, pensava di prendere parte a un evento storico. Nel 1954 le giocatrici di Autonomi Torino e Marsiglia si affrontarono in un’amichevole destinata a passare quasi inosservata. Eppure, in uno sgabuzzino della palestra torinese di San Giuseppe, stava prendendo forma il linguaggio della telecronaca cestistica italiana. La Rai, infatti, scelse proprio quella sfida per trasmettere la prima telecronaca televisiva di una partita di pallacanestro.
Al microfono c’era Aldo Giordani, destinato a diventare il padre putativo della telecronaca cestistica italiana, nonché il principale costruttore del suo linguaggio. Da allora il racconto della pallacanestro ha attraversato profonde trasformazioni: dalla funzione divulgativa degli anni pionieristici alla contaminazione americana degli anni Ottanta, passando per la tradizione del servizio pubblico fino all’avvento delle pay tv e dello streaming.
Un’evoluzione che non ha riguardato soltanto la tecnologia o le piattaforme di trasmissione, ma anche il linguaggio, il ritmo e il ruolo stesso del telecronista.
Giordani: la grammatica del basket
Del basket italiano, Aldo Giordani aveva vissuto davvero gli albori. Folgorato dalla pallacanestro grazie al contatto con il tecnico americano Elliott Van Zandt, già Ct della Nazionale, sviluppò fin da subito uno stile inconfondibile. All’interno della sobrietà tipica della Rai, privilegiava sempre chiarezza e capacità di sintesi. Andava dritto al fatto, senza fare ricorso ad eccessi retorici. Ma dietro quell’aplomb da telecronista di servizio pubblico si nascondeva un geniale innovatore. Fu tra i primi ad assorbire il linguaggio del basket americano, contribuendo a costruire il lessico cestistico italiano con espressioni come “gara 1”, “ventello” e “trentello”. La sua voce accompagnò alcuni dei momenti più significativi della storia della pallacanestro, compresa la controversa finale olimpica di Monaco 1972 tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Attraverso la televisione, la carta stampata e soprattutto la fondazione del settimanale Superbasket nel 1978, contribuì in maniera decisiva al boom cestistico italiano.
L’America entra in salotto
Gli anni Ottanta segnarono una svolta non soltanto per la pallacanestro italiana, ma per l’intero sistema televisivo nazionale. Mentre il monopolio Rai iniziava a sgretolarsi sotto la spinta delle tv private, cambiavano anche linguaggi e modalità del racconto sportivo. Nel mondo del basket, quella trasformazione ebbe il volto e la voce di Dan Peterson.
Allenatore vincente tra Virtus Bologna e Olimpia Milano, Peterson contribuì a trasformare il basket in un prodotto televisivo moderno. La neonata Fininvest puntò con decisione sugli sport americani proprio mentre l’Nba viveva l’epoca della rivalità tra Magic Johnson e Larry Bird. E la voce di Peterson divenne la colonna sonora italiana di quell’iconico dualismo.

L’accento americano, il carisma, il tono colloquiale e la capacità di alternare cronaca e aneddoti diedero vita a uno stile totalmente nuovo. Frasi come «Mamma, butta la pasta» entrarono rapidamente nell’immaginario degli appassionati. Se Giordani aveva costruito il linguaggio del basket italiano, Peterson ne ampliò il pubblico, avvicinandolo alla cultura sportiva americana.
La scuola Rai
Mentre l’Nba conquistava nuovi appassionati, anche il basket italiano viveva una delle stagioni più fortunate della propria storia. Il servizio pubblico seppe accompagnare quella crescita grazie alla felice intuizione di Massimo De Luca, che nel 1978 ideò Tuttobasket, trasmissione radiofonica ispirata a Tutto il calcio minuto per minuto.
Da quella scuola emersero due voci su tutte: quelle di Gianni Decleva e Franco Lauro. Il primo raccontò eventi come le Olimpiadi di Barcellona 1992 e l’avvento del Dream Team. Il secondo accompagnò il basket azzurro dall’oro europeo di Parigi 1999 fino all’argento olimpico di Atene 2004. In un contesto di crescente spettacolarizzazione del racconto, entrambi rappresentarono una tradizione fondata sul rigore giornalistico e sulla capacità di lasciare che fosse la partita, prima di tutto, a parlare.
La rivoluzione del racconto
L’ultima grande trasformazione è arrivata negli anni Novanta con la nascita di Tele+, prima pay tv italiana, e l’acquisizione dei diritti Nba. Le voci di quella rivoluzione sono state Flavio Tranquillo e Federico Buffa, entrambi cresciuti professionalmente nell’orbita di Giordani e di Superbasket. Tranquillo ha portato nella telecronaca un livello di approfondimento tecnico fino ad allora inedito: il suo linguaggio, molto specialistico, ha contribuito a formare generazioni di appassionati più consapevoli e preparati. Buffa ha invece ampliato i confini del racconto sportivo. Le partite diventavano spesso il punto di partenza per parlare di storia, letteratura, cinema e società americana. Lo storytelling è entrato stabilmente nella telecronaca italiana senza sostituire la cronaca, ma affiancandola. Insieme
hanno creato un linguaggio rivoluzionario, destinato a influenzare gran parte dei telecronisti delle generazioni successive.

Molte voci, un filo rosso
Nel 1954 Aldo Giordani raccontava una partita di basket da uno sgabuzzino. Oggi una gara Nba può essere seguita su uno smartphone, commentata sui social network e rivista pochi secondi dopo attraverso decine di contenuti diversi. Lo streaming ha moltiplicato piattaforme e narratori. Non esiste più una voce dominante come accadeva in passato, ma una pluralità di telecronisti che, direttamente o indirettamente, continua a muoversi nel solco tracciato da Aldo Giordani.
Cambiano le tecnologie e cambia il modo di consumare lo sport. Rimane invece immutata la necessità di trovare parole nuove per raccontare lo stesso gioco. Forse è proprio questa l’eredità più importante lasciata dai grandi narratori della pallacanestro italiana: aver dimostrato che una partita non è soltanto ciò che accade sul parquet, ma può diventare una storia che merita di essere ascoltata e raccontata.
La foto di copertina è dell’archivio famiglia Giordani.


