Prima il successo della scorsa estate con la Nazionale under 20, poi la stagione da protagonista alla VL Pesaro in A2: benvenuti nel mondo del ragazzo d’oro, Stefano Trucchetti.
Classe 2006, Stefano fin da giovanissimo ha deciso di lasciare la Sardegna per inseguire il sogno di diventare un professionista, senza mai dimenticare da dove è partito.
La scorsa estate ha contribuito alla conquista della medaglia d’oro con la nazionale azzurra e adesso disputa il campionato di serie A2 con la maglia di Pesaro da protagonista.
Partiamo proprio dalla stagione in corso: la chiamata di Pesaro è stata inaspettata? Come sta procedendo il campionato?
Non mi sarei mai aspettato una chiamata da parte di una società storica con un palmarès invidiabile come la VL Pesaro. Non appena sono stato contattato, non ho avuti dubbi: dopo aver parlato con il procuratore e con i miei familiari, ho accettato immediatamente la loro proposta, tralasciando qualsiasi altra offerta.
Anche l’andamento di stagione è stato fino ad ora del tutto sorprendente: il roster della squadra era stato studiato principalmente per la salvezza, esagerando avremmo raggiunto i play-in. Nessuno si sarebbe mai aspettato che fossimo primi in questo momento. Ovviamente, ora che occupiamo questa posizione in classifica il nostro sogno, ma anche il nostro obiettivo, è quello di continuare questa scia positiva e sperare di mantenere il primato per la promozione diretta in A1.
La scorsa estate, Stefano ha portato un pezzetto di Sardegna sul tetto d’Europa. La Nazionale U20, guidata da coach Alessandro Rossi, ha infatti battuto la Lituania nella finale dell’Europeo di categoria per il 1º posto (con il punteggio finale di 83-66), riportando in Italia una medaglia che mancava dal 2013.

“Trucco” è stato tra i protagonisti di questo storico successo.
È stata un’emozione unica, un’esperienza bellissima con un gruppo molto unito ed affiatato con cui avevo già vissuto altre esperienze (tra i tanti, Francesco Ferraro della Virtus Bologna), quindi questo ha contribuito a rafforzare il legame dentro e fuori dal campo per il raggiungimento della medaglia d’oro.
Quali sensazioni provi ogni volta che indossi la maglia azzurra?
Personalmente, mi vengono i brividi quando indosso quella canottiera perché credo che per ogni atleta sia un sogno poter rappresentare la propria nazione.
Quando scendo in campo con la scritta ITALIA sul petto sento il cuore a mille e provo sensazioni indescrivibili come se fosse la prima volta. Sono sempre contento quando arriva una convocazione in azzurro, perciò mi farò trovare pronto in qualsiasi momento. Non esisterà mai un no da parte mia per la nazionale.
La passione per la palla a spicchi nasce fin da piccolo, e tra i tanti mentori…
La persona che devo nominare è sicuramente mio padre, colui che mi ha fatto avvicinare al mondo del basket perché è riuscito a trasmettermi la sua passione di giocatore.
A livello giovanile, tantissimi allenatori hanno fatto parte del mio percorso e ognuno di loro è stato fondamentale per la mia crescita. Una persona a cui devo tanto è senza dubbio Andrea Carosi, che è stato l’ultimo allenatore che mi ha seguito prima delle esperienze fuori dall’isola. Lui è riuscito a tirare fuori il meglio di me, sia come giocatore ma soprattutto come persona.
I primi passi nel mondo del basket li ha mossi alla Don Bosco Sassari sotto la guida di coach Luca Mura. A seguito di alcune annate in maglia Dinamo e di una stagione alla CMB Alghero con coach Carosi, inizia l’avventura in penisola: quattro anni a Desio, in Lombardia, in cui ha disputato anche il campionato di B1, e successivamente il trasferimento al College Borgomanero durante la stagione 2023/2024, disputando il campionato di B2 con una squadra interamente composta da giovani.
Parlando del tuo percorso giovanile, non si può non citare la straordinaria partita da 92 punti personali, avvenuta nell’ultima stagione in Sardegna proprio contro la Dinamo Sassari. Raccontaci qualche aneddoto di quella prestazione.
Premetto dicendo che in campo cerco di dare il massimo per la squadra, concentrandomi sempre sull’unico obiettivo comune per il gruppo, quello della vittoria.
Le performance personali passano in secondo piano, ma quando il livello della competizione si alza, aumentano le responsabilità personali e perciò arrivano risultati inaspettati. È proprio quello che è successo quel giorno.
La scorsa stagione, appena diciottenne, Stefano ha firmato il primo contratto da professionista nel mondo della pallacanestro. La chiamata è arrivata dalla Dinamo Sassari, la squadra della sua città. Questo evento ha segnato il ritorno a casa dopo alcuni anni in penisola.
Cosa ha significato il ritorno a Sassari della scorsa stagione?
È stato meraviglioso tornare a casa dopo alcuni anni fuori.
Sicuramente, la posizione in classifica non ha reso giustizia al bel gruppo di cui facevo parte, composto da giocatori professionisti incredibili come Matteo Tambone (con cui sto condividendo l’esperienza a Pesaro). Sicuramente avremmo meritato di più.
Come prima esperienza da professionista, non posso che essere soddisfatto: sono cresciuto sia dal punto di vista cestistico cha da quello umano e, inoltre, ho avuto la possibilità di viaggiare tanto, non solo in Italia ma anche in Europa grazie alla coppa europea.
In breve, posso dire che il ritorno a casa dopo tanti anni in penisola mi ha permesso di “ricaricarmi” sotto ogni aspetto in previsione di altre esperienze lontano dalla Sardegna.
La pallacanestro è una vera e propria maestra di vita: qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato fino ad ora, a seguito di varie esperienze maturate nel tempo?
Sicuramente quello di essere umile e di stare sempre con i piedi per terra, di non montarsi la testa e di non avere mai rimpianti.


