Basket femminile, che succede?

Una squadra in A1 (Dinamo, fino a un mese fa), tre in A2 (Cus e Virtus Cagliari, San Salvatore Selargius). E poi? Un movimento da rifondare, dal nazionale in giù.
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Una squadra in A1 (Dinamo Sassari, fino a un mese fa), tre in A2 (Cus Cagliari, San Salvatore Selargius, Virtus Cagliari). Sono queste le società che rappresentano il basket femminile in Sardegna a livello nazionale (e internazionale). Le Women, dopo sei stagioni, hanno lasciato quest’anno la massima serie (e diverse apparizioni in Eurocup), nonostante la vittoria contro Brixia Brescia ai playout salvezza. Ad annunciarlo è stato il presidente Sardara in un’intervista a La Nuova Sardegna, che ha provocato un duro botta e risposta con la Legabasket femminile. Sempre il patron della società sassarese ha poi ribattuto che sarebbe meglio “concentrare maggiormente le proprie energie nell’affrontare e risolvere le criticità strutturali che caratterizzano un movimento in cui, ogni anno, si registra la perdita di società”.

La crisi è evidente, a livello nazionale, regionale e provinciale. L’A1, a meno che non siano Famila Schio e Reyer Venezia, compagini che ormai da qualche anno si contendono tutti i trofei in palio e l’80% delle atlete che vestono la maglia della Nazionale, non è redditizia e ancora poco seguita (vedi PalaSerradimigni).

E in A2?

Le tre società prima menzionate fanno salti mortali per sostenere un anno di costi, trasferte e mal di pancia.

Dopo la seconda serie, c’è la B femminile, regionale. E piccole società che partecipano ai campionati giovanili. Alcune, come Basket ’90, Pallacanestro Alghero e Mercede Alghero si sono qualificate spesso, sempre di recente, a diversi campionati nazionali. Il grande salto nel “finto professionismo” lo fanno in pochissime. Il percorso di Giulia Olandi è diventato una caso raro, infatti il trasferimento in continente, alla corte del Basket Costa, è stato immediato. La Dinamo non ha lanciato nessuna giovane promessa sarda e in Sardegna ancora ci chiediamo chi possa essere la prossima Beatrice Carta.

E in A2? A parte Giulia Corda (Virtus) e Francesca Mura (Selargius), bisogna essere sinceri, non c’è nessun’altra giocatrice sarda che regge bene la categoria e gioca minuti importanti. Il Cus ha dovuto prendere due play da fuori, una giovane di talento (Giorgia Bovenzi) e l’altra, nel ruolo dove spesso l’Isola ha espresso ottime atlete, di esperienza (Marta Granzotto). Il salto dalla B all’A2 è drammatico. Il metro qualitativo, lo dicono tutti, lo scrivono in pochi, si è abbassato, dalla serie A in giù, non solo dal punto di vista del gioco ma anche della preparazione e della competenza tecnica, di crescita e cultura sportiva, a livello di staff dirigenziale, di allenatori e arbitri. E non parliamo di procuratori senza scrupoli.

Non si fanno più figli, gli altri sport – dalla pallavolo al tennis – sono più invitanti, le società dello Stivale sono più blasonate, hanno budget?

Tutto vero. Ma c’è dell’altro.

La verità è che lo sfilacciamento tra la Fip regionale e le realtà locali è evidente. La verità è che, a parte società che ancora investono seriamente nel movimento dal basso, i settori giovanili si sono svuotati. Le società spesso non si parlano e sono in poche a collaborare.

La verità è che il nuovo piano federale della Legabasket è un insulto proprio a quelle realtà che ancora ci credono, si indebitano, si rimboccano le maniche e non chiudono i battenti perché la passione non muore mai, perché vedere bambine che si divertono col pallone in mano fa andare oltre e ti ripaga da ogni malumore, perché vedere la tua squadra di serie A che prende a schiaffi la capolista, contando su un budget molto inferiore, ti fa realizzare che nonostante tutto le storie sportive nel Sud Italia si possono ancora continuare a scrivere e a raccontare.

Il tema è ampio ma poco affrontato, forse perché il basket femminile è ancora una nicchia, un mondo che ha allontanato molte persone, ma anche un potenziale inespresso e un movimento da rifondare. Sul nuovo piano federale e un’analisi del movimento abbiamo trovato illuminante questo articolo di Roberto Cecchini.

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Foto di Dinamo Sassari, San Salvatore e Andrea Chiaramida